Considerazioni sulla realtà Costruttivista

Nel costruttivismo viene a porsi anche la domanda sull’esistenza stessa della realtà, cioè sulla sua esistenza a priori.

Escher - costruttivismo

Elaborazione digitale di un’opera di M. C. Escher

Come descritto nel precedente articolo sul costruttivismo, risulta che ognuno di noi non è in grado di vedere e descrivere la realtà per come è, ma che siamo noi a interpretare e costruire la nostra realtà in base ai nostri sensi ed elaborazioni. Pertanto un fatto non può essere descritto per come è, piuttosto un fatto è come noi lo descriviamo.
Considerato quindi che ognuno di noi costruisce la propria realtà soggettivamente ne consegue che anche quella che viene vista come realtà oggettiva, normalmente riconosciuta come universalmente valida, viene a cadere.
Nel costruttivismo stesso viene anche a porsi la domanda sull’esistenza stessa della realtà, cioè sulla sua esistenza a priori. Riguardo a questo tema c’è un’antico koan della tradizione zen che recita:

“se cade un albero nella foresta, e non c’è nessuno nelle vicinanze, l’albero che cade fa rumore?”

In questo lo zen è molto costruttivista. Si può pensare infatti che la realtà esista indipendentemente dall’osservatore (in questo caso la risposta è: “sì, l’albero fa rumore”), oppure si può pensare che non sia così (in questo caso l’esistenza del rumore, come dell’albero e della foresta stessa, è venuta meno).
Ma, indipendentemente dalla visione che si vuole avere sull’esistenza a priori o meno della realtà, quello su cui voglio fare luce è che NON POSSIAMO VEDERE UNA REALTÀ OGGETTIVA, in nessun caso, né come singoli soggetti né come collettività.

Ciò avviene per diversi motivi, ne descriverò solo un paio che trattano la questione da due punti di vista differenti.

  1. Il primo motivo da considerare è che noi NON possiamo vedere la realtà da un punto di osservazione esterno (in metaosservazione), cioè un punto privilegiato rispetto alla realtà stessa. Noi facciamo quindi parte del sistema di riferimento e siamo inoltre un suo diretto prodotto. In questo senso, come affermano Humberto Maturana e Francisco Varela, “NON POSSIAMO PRESCINDERE DA COME SIAMO FATTI PER DESCRIVERE COME SIAMO FATTI, siamo elaboratori di terz’ordine, elaboratori autopoietici che si auto generano in un dominio linguistico”. Pertanto non potremo mai vedere dall’esterno e oggettivamente la nostra realtà, poiché ne facciamo parte.
  2. Il secondo motivo è che, visto che abbiamo parlato della nostra percezione ATTIVA (cioè di un sistema nervoso che AGISCE, generando una visione della realtà anziché rappresentarla per com’è), è impossibile che come singoli soggetti vediamo la realtà per come è. A questo punto si potrebbe obiettare tranquillamente che ci sono dei fatti che sono ritenuti e dimostrati oggettivi, poiché misurati dalla collettività o dalla scienza ufficiale. Ma questo non cambia nulla: ciò che è definito oggettivo è definito tale da qualcuno (ricordo la frase “tutto ciò che è detto è detto da qualcuno”). Indipendentemente da chi lo dica, dal motivo o dal numero di persone che lo sostengono, quello che viene visto è sempre una percezione attiva (quindi non oggettiva). Possono concordare anche milioni di persone su un determinato fatto della realtà, ma la somma della visione di tutti è comunque nulla: è come fare 0+0+0…

“La credenza che la realtà che ognuno vede sia l’unica realtà, è la più pericolosa di tutte le illusioni”.
(Paul Watzlawick)

Abbiamo dunque appurato che una realtà oggettiva è inconoscibile (almeno a noi interni al sistema). A questo punto però nasce l’esigenza di discernere il vero dal falso, almeno in riferimento alla propria realtà. La vita ci impone delle scelte e dire “non esiste una realtà oggettiva” può non essere comodo: una pillola di cianuro non si può mangiare come se fosse una caramella. Allora cosa fare? Quello che abbiamo sempre fatto è basarci su quella che possiamo definire come REALTÀ COLLETTIVA.
La realtà collettiva è quella realtà riconosciuta come vera per tutti (o almeno da un numero sufficiente di persone). Non è né vera né oggettiva, ma ci fa comodo approssimare la realtà oggettiva a quella collettiva. L’importante è non confonderle! Esistono innumerevoli realtà che hanno lo stesso valore, e che devono essere ritenute reali solo per quel campo. La realtà giuridica, per esempio, è ritenuta reale dal punto di vista legale e formale (una persona che non ha commesso un crimine può essere ritenuto colpevole da un giudice e subirne le conseguenze legali), quella matematica è ritenuta reale in relazione alla sua sfera (cosa vuol dire nella realtà concreta avere meno due caramelle? Come fai ad avere un numero negativo di qualcosa? O ce l’hai o non ce l’hai), e così via.

Perciò quello che voglio concludere in questo articolo è che NON si può ritenere oggettiva una realtà, anche se ritenuta attendibile da tutti, ma si deve sempre ragionare in termini di REALTÀ CONDIVISA. Ciò comporta sia dei vantaggi che degli svantaggi ovviamente. Molte certezze cadono, ma si aprono nuovi orizzonti e la possibilità di osservare il mondo sotto luci molto diverse. Si passa dunque da una logica dualistica (“o…, o…”) a una logica inclusiva (“e…, e…”). L’idea e il rispetto della complessità sono fondamentali nel processo della conoscenza e, come ci ricorda E. Morin:

 “occorre rinnovarsi costantemente nelle acque del dubbio”.

Questa duttilità e pluripossibilità della visione del mondo può paralizzarci o arricchirci infinitamente, sono due facce della stessa medaglia. Il mio consiglio è quello di prendere il meglio da ogni cosa. Dalla realtà condivisa prendiamo ciò che ci serve e ci è utile per vivere nel mondo in modo adeguato e proficuo, perciò informiamoci e aggiorniamoci su ciò che viene riconosciuto come universalmente vero. In questo la realtà scientifica è un ottimo strumento, a condizione che resti tale, che gli si attribuisca il valore che merita e che venga applicata esclusivamente a certi campi (non può essere applicata a tutto: arte, emozioni, relazioni, ecc). Ma lo stesso vale per tante altre realtà.

Infine il mio invito è quello di valorizzare al massimo i vari punti di vista possibili, saltando e variando il più possibile quando qualcuno di essi sembra non soddisfarci. Possiamo usare tutto questo per arricchire noi stessi e costruire ognuno il proprio mondo soggettivo nel modo migliore, visto che sempre e solo soggettivo potrà essere. Ricordiamoci che nel costruttivismo (e non solo) siamo noi i profeti di noi stessi, cioè ci costruiamo la realtà e il mondo su misura.

Come diceva Ormond McGill:
“Fai della tua vita un parco giochi, non un campo di battaglia.”

Dott. Lorenzo G.

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